LIBRI CONSIGLIATI

​Sankara ed il Vedanta

LE SUE OPERE

Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad;
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Chāndogya Upaniṣad;
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Taittirīya Upaniṣad;
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Aitareya Upaniṣad;
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Kena Upaniṣad;
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Īṣa Upaniṣad;
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Kaṭha Upaniṣad;
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Praśna Upaniṣad;
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Muṇḍaka Upaniṣad;
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Māṇḍūkya Upaniṣad;
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Gauḍapādīyakārikā
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Bhagavadgītā;
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Brahmasūtra
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Upadeśasāhasrī;
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Dakṣiṇāmūrtistotra;
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Pañcīkaraṇa;
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Aparokṣānubhūti;
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Ātmabodha;
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Śataślokī;
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Bālabodhinī;
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Ātmānātmaviveka;
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Tattvabodha;
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Daśaṣlokī;
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Vivekacūḍāmaṇi;
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Vākyavṛtti;
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Advaitapañcaratna;
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Māyāpañcaca;
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Laghuvākyavṛtti;


ADI SHANKARA - PARTE 1
 

BIOGRAFIA

Nei primi secoli del Kali Yuga - una delle quattro ere secondo l'induismo - predominavano le religioni del Buddhismo e del Giainismo. In quel tempo, menzogna, ingiustizia, disonestà e condotta riprovevole erano all’ordine del giorno. E non è tutto: i colti pandit, gli studiosi e gli intellettuali del tempo, incominciarono a dare interpretazioni distorte dei Veda. Il vero volto delle scritture fu oscurato: un’autentica insidia per la gente che aveva fede nei Veda e nelle scritture sacre.

Fu così che Dio decise di inviare sulla terra, in un villaggio del Kerala di nome Kaladi, un bimbo ad una coppia di sposi, Shivaguru e Aryâmba.

Shankara aveva appena raggiunto i tre anni di età, quando suo padre Shivaguru morì. È interessante, a questo proposito, notare come il Divino operi. Dieci giorni prima di morire, infatto, Shivaguru ebbe in visione una gran luce splendente, che gli trasmetteva questo messaggio: «Adempi l’iniziazione (upanayanam) di tuo figlio».

Shivaguru diede in gran fretta disposizioni per la celebrazione dell’upanayanam del figlio di tre anni. Quindi il bambino imparò a recitare da allora il Gâyatrî Mantra. Dopo la perdita del padre, la madre, afflitta dal dolore, si dedicò all’educazione del piccolo. Lo portò da un guru, che gli impartì per filo e per segno tutta la conoscenza delle scritture.

All’età di sedici anni, Shankara aveva completato lo studio dei quattro Veda e dei sei sistemi filosofici; per l’espletamento di tale studio, ordinariamente, non basterebbero nemmeno cinquant’anni. Shankara era un prodigio, riusciva ad afferrare qualsiasi cosa al primo accenno di un argomento. Perfino il guru era stupito della sua genialità.

La madre, d'altro canto, desiderava ardentemente vedere suo figlio sposato, ma era alquanto angustiata dall’idea che Shankara dovesse diventare un rinunciante e non voleva concedergli il permesso. Un giorno in cui stava recandosi al fiume per raccogliere acqua, il giovane Shankara la seguì implorandola ardentemente: «madre, permettetemi di prendere i voti del sannyâsa». Ma ella non era d’accordo. Allora, quando la donna entrò in acqua per lavarsi, Shankara si tuffò nel fiume e dopo esser andato sott’acqua per un pò, fece emergere una mano e gridò: «madre, mi ha afferrato un coccodrillo. Almeno ora me lo date il permesso di farmi sannyâsin?» e la madre: «se il sannyâsa ti può salvare dal coccodrillo, fa ciò che è meglio per vivere». Dunque Shankara uscì dal fiume e disse a sua madre: «nell’oceano del samsâra ero lì lì per essere affogato da un coccodrillo presentatosi sotto forma di una moglie. Permettendomi di diventare un sannyâsin, mi sono liberato dalla morsa del coccodrillo. Nessuno può sposare un sannyâsin». 

 

Così, la Sua missione incominciò con le peregrinazioni, grazie alle quali Shankara visitò tutti i templi sacri della nazione. Ogni viaggio doveva essere compiuto a piedi.

Raggiunse molti studiosi e sacerdoti con idee totalmente distorte per ignoranza o convenienza e attraverso dispute costruttive e affrontate con Amore Divino, Egli uscì sempre vincitore. Divulgò la dottrina Advaita che soleva sostenere con questa dichiarazione:

«Differenti sono  i  corpi,  diverse  le  forme,  ma  unico  ed  uno  solo  è  il  Sé  interiore. Il  Divino  è  presente  in  tutto come il succo della canna da zucchero che rimane sempre lo stesso indipendentemente dalla canna da cui viene estratto».

Adi Shankara era capace di convincere tutti gli eruditi sulla verità dell’Advaita. Gli uomini sono abbagliati dall’illusione della molteplicità di nomi e forme, ma alla base di tutta questa diversità c’è una sola realtà divina. Niente può avere esistenza senza un fondamento. Tutte le fedi riconoscono questo fatto. Dio è uno; la meta è unica.

 

Shankara fu tra le figure più importanti che si siano mai incarnate sia per l’India che per tutto il mondo. Ridiede vigore alla religione eterna, smascherando i ciarlatani e i falsi sacerdoti.

Da Lui nacque la più alta filosofia, dalla quale presero spunto Socrate e quindi Platone, Plotino e così via.

Fece i commenti più importanti e profondi dei vedanta. Tra i commenti più autorevoli della Baghavad Gita della storia dell’uomo, non poteva mancare la Sua firma.

 

Shankara morì alla giovane età di trentadue anni; ma Egli aveva completato la missione per la quale era venuto.

Prima di lasciare questo mondo, andò a prendere cinque lingam e li collocò in cinque città differenti: Puri, Dwaraka, Sringeri, Benares e Kanchi. In quest’ultima località installò lo Yoga Lingam.

IL SUO INSEGNAMENTO«TAT TVAM ASI» - «TU SEI QUELLO» | L'advaita vedanta (non-dualismo) non si può capire o studiare, si può solo sperimentare. Costituisce l'esperienza plenaria della non dualità, che sta aldilà delle costruzioni del pensiero. L'Advaita è la filosofia, se cosi la si può chiamare, della "Non Dualità". Invero, essa non la si può classificare neanche tra le filosofie; Essa è uno "stato coscienziale".

Per esprimere meglio il concetto dell'Advaita usiamo queste semplici parole: l'advaita è il culmine di tutte le religioni e le dottrine spirituali, è il fine comune di tutto l'impegno filosofico e di tutta la pratica religiosa. L'Advaita sostiene che tutto è Dio (Bramhan), ma anche il vocabolo "Dio" è limitativo, in quanto Esso è aldilà di qualunque parola e dello stesso pensiero; Bhraman non ha termini di paragone o di opposizione ma è l'Abisso ove si annullano e si risolvono tutte le coppie di opposti. Dio è l'unica Realtà Eterna, in quanto costante ed imperitura; al contrario, tutto l'universo manifesto percepibile dai sensi e dalla mente non è reale, in quanto i sensi stessi, come tutto ciò che è materia, sono transitori.

 

Shankara tentava così di distogliere i pensieri delle persone dal mondo dei sensi convogliandoli verso Dio.